Dopo il 1945 solo una parte della Germania, quella occidentale, ricevette una seconda chance di optare per la democrazia. Rappresentanti dei parlamenti liberamente eletti della zona di occupazione americana, nonché di quella britannica e francese, riuniti a Bonn nel 1948–49 nel Consiglio Parlamentare, misero a punto una Costituzione che tirò sistematicamente le conseguenze dagli errori strutturali della Costituzione del Reich del 1919 e dal fallimento della Repubblica di Weimar: la Legge fondamentale per la Repubblica Federale di Germania. La seconda democrazia tedesca doveva essere una democrazia parlamentare funzionante, con un Cancelliere federale forte e destituibile solo attraverso una «mozione di sfiducia costruttiva», cioè con l’elezione di un successore, e un Presidente federale con poche competenze. Diversamente che a Weimar non era prevista, invece, una legislazione concorrente attraverso il popolo. La Legge fondamentale dichiarò guerra in via preventiva ai nemici dichiarati della democrazia, arrivando fino a punirli con la perdita dei diritti fondamentali e servendosi della Corte costituzionale federale per vietare la fondazione di partiti anticostituzionali. Le basi dello Stato furono fissate in modo da essere sottratte anche alle intenzioni di una maggioranza che mirasse a modifiche costituzionali, era quindi impossibile una eliminazione «legale» della democrazia, come nel 1933.
Mentre l’Ovest della Germania prendeva lezioni di «antitotalitarismo» dal recente passato tedesco, l’Est, la zona di occupazione sovietica e futura DDR, si doveva accontentare di conclusioni «antifasciste». Esse servirono a legittimare la dittatura di un partito di impronta marxista-leninista. La rottura con i principi della dittatura nazionalsocialista dovette compiersi soprattutto con i mezzi della politica classista attraverso l’esproprio di proprietari terrieri e di industriali. Gli ex «gregari» del nazionalsozialismo riuscirono invece ad affermarsi nella «costruzione del socialismo». Anche nella DDR ci furono vecchi «membri di partito» della NSDAP che dopo il processo di «denazificazione» arrivarono ad occupare posizioni di comando. Il loro numero però fu inferiore e i loro casi furono meno spettacolari che nella Repubblica Federale.
Difficilmente si potrebbe parlare di una «storia a lieto fine della Repubblica Federale», se non ci fosse stato il miracolo economico degli anni cinquanta e sessanta, il più lungo periodo di boom economico del XX secolo. Con la congiuntura favorevole fu praticamente legittimata dal successo l’economia sociale di mercato imposta da Ludwig Erhard, il primo ministro federale dell’economia. Essa permise il rapido inserimento dei quasi otto milioni di profughi dagli ex territori orientali del Reich tedesco, dai Sudeti e dalle regioni dell’Europa centro-orientale e sud-orientale e contribuì in modo decisivo a far smussare le differenze di classe e di confessione, a mantenere nei limiti la forza di attrazione dei partiti radicali e a trasformare i grandi partiti democratici in partiti popolari, per prime l’Unione Cristiano Democratica (CDU) e l’Unione Cristiano Sociale (CSU) e in seguito la Socialdemocrazia (SPD). La prosperità aveva certamente anche il suo rovescio politico e morale: grazie ad essa molti cittadini della Germania federale potevano più facilmente evitare di porsi o farsi porre domande penetranti sul proprio ruolo negli anni tra il 1933 e il 1945. «Comunicare in silenzio» ha chiamato questo rapporto con il proprio recente passato il filosofo Hermann Lübbe (considerandolo necessario per il processo di stabilizzazione della democrazia nella Germania occidentale).
Nella Repubblica di Weimar la destra era nazionalista, mentre la sinistra aveva un indirizzo internazionalista. Invece nella Repubblica Federale le cose stavano diversamente: le forze del centro destra sotto il primo Cancelliere federale Konrad Adenauer erano per una politica di amicizia con l’Ovest e l’integrazione internazionale dell’Europa occidentale; la sinistra moderata, la socialdemocrazia guidata dal primo presidente di partito del dopoguerra Kurt Schumacher e dal suo successore Erich Ollenhauer, si diede invece un marcato profilo nazionale, attribuendo alla riunificazione la precedenza rispetto all’integrazione occidentale. Solo nel 1960 la SPD si avvicinò ai trattati occidentali che nel 1955 avevano reso possibile l’adesione della Repubblica Federale alla NATO. I socialdemocratici dovettero compiere questo passo se volevano assumersi responsabilità di governo nella Repubblica Federale. Fu solo sul terreno dei trattati occidentali che nel 1966 riuscirono ad entrare come nuovo partner in un governo di grande coalizione, per iniziare tre anni dopo con il primo Cancelliere socialdemocratico Willy Brandt quella «nuova Ostpolitik» che permise alla Repubblica Federale di portare un contributo proprio alla distensione tra Est ed Ovest, mettendo il rapporto con la Polonia su una nuova base grazie ad un riconoscimento (seppure de jure non ancora incondizionato) della linea di confine Oder-Neiße e avviando un rapporto regolato da trattati con la DDR. Anche l’Accordo-delle-Quattro-Potenze su Berlino, concluso nel 1971, che in effetti riguardava solo Berlino Ovest e il suo rapporto con la Repubblica Federale, non sarebbe stato possibile senza l’integrazione occidentale del maggiore dei due Stati tedeschi.
I Trattati firmati con i paesi dell’Est tra il 1970 e il 1973 dal governo social-liberale Brandt-Scheel erano innanzitutto una cosa: una risposta al consolidamento della divisione della Germania con il Muro di Berlino, costruito il 13 agosto 1961. Allontanatasi sempre di più la riunificazione, l’obiettivo più importante per la Repubblica Federale doveva essere ora quello di rendere più tollerabili le conseguenze della divisione, difendendo la saldezza dei legami della nazione. La ricostituzione dell’unità tedesca rimase un obiettivo ufficiale della Repubblica Federale. Ma le speranze che un giorno ci sarebbe stato di nuovo uno Stato nazionale tedesco diminuirono sempre di più dopo la stipulazione dei trattati con i paesi dell’Est, tra le giovani generazioni della Germania occidentale molto più che tra le generazioni precedenti.
Negli anni ottanta, però, l’ordine stabilitosi nel dopoguerra cominciò pian piano a vacillare. La crisi del blocco orientale cominciò nel 1980 con la fondazione in Polonia del sindacato indipendente «Solidarnosc», cui alla fine del 1985 seguì la proclamazione della legge marziale. Solo un anno e mezzo dopo, nel marzo 1985, Michail Gorbaciov arrivò al potere nell’Unione Sovietica. Nel gennaio 1987 il nuovo Segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica espresse questa opinione veramente rivoluzionaria: «Abbiamo bisogno della democrazia come dell’aria per respirare». Questo messaggio spronò gli attivisti per i diritti civili in Polonia e in Ungheria, nella Cecoslovacchia e nella DDR. Nell’autunno 1989 la pressione esercitata dalle proteste nella Germania orientale divenne tanto forte che il regime comunista si sarebbe potuto salvare solo mediante un intervento militare dell’Unione Sovietica. Gorbaciov, però, non era disposto ad attuarlo. La conseguenza fu che i dirigenti del partito di Berlino Est capitolarono davanti alla rivoluzione pacifica nella DDR: il 9 novembre 1989 cadde il Muro di Berlino, un simbolo della schiavitù, come due secoli prima, nel 1789, lo era stata la Bastiglia di Parigi.